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Il “maestro” nella Commedia di Dante*
Ciascuna volta, il testo è assolutamente nuovo, la sua struttura più complessa, la sua scrittura più articolata. Nulla è naturale e casuale. L’artificio è pensato, strutturato, intelaiato come una costruzione a più strati dove i tratti, procedendo dalla verticale, si inviluppano a mo’ di spirale. Artificio linguistico dove interviene anche il disegno, la geografia, la cosmografia. E la complessità è la quantità infinita di cose semplici e difficili che costituiscono, terzina per terzina, verso per verso, parola per parola questa straordinaria parabola della scrittura dantesca, che propone una risposta alla domanda: come si scrive l’esperienza? E ancora: che cosa resta dell’esperienza? E, qual è l’esperienza che si scrive? Dante scrive la sua biografia? Sarebbe troppo facile. Egli ha la sua missione. Rispetto a questa missione, per la sua riuscita, occorre che s’inventi un dispositivo. Qual è l’artificio? La poesia, la scrittura, il viaggio. Nella sua difficoltà e nella sua semplicità. Ma lunga è la via della semplicità, ed è impossibile evitare la difficoltà: estrema e inassumibile. Il viaggio come dispositivo in cui si articola la difficoltà e in cui si scrive la semplicità. Come? Raccontando, scrivendo, esponendosi agli effetti della parola e della sua struttura. Un viaggio irrimandabile, salvo perdere la vita. Tanto necessario quanto durissimo. E incomincia sul sentiero della notte, nello smarrimento, che è il modo con cui la via non è più né lineare né dritta né agevole.
Solo di poco è più amara la morte di cui Dante, qui, non fa nessuna economia, nonostante la paura che si prospetta come mostro, come animale fantastico pronto a sbarrare il passo e impedire il cammino se mai egli si avventurasse da solo. La decisione però è presa...
L’artificio comincia da qui, quando incomincia la ricerca, quando le cose incominciano a funzionare. Qui entra in scena Virgilio. Come poeta e come scrittore, qualità che Dante gli riconosce:
ma a cui ora dà un altro statuto:
introducendo
il motivo del viaggio (la scrittura) e l’esigenza di non compierlo
da solo. Ma, perchè questo viaggio incominci, interviene anche
Dio tramite l’intercessione di tre donne, il cui messaggio è
portato a Virgilio da Beatrice.
E Dante:
Questa la finzione: Virgilio maestro, Dante allievo. Nessuna relazione fra loro. Dante capisce che questa è la via. E che per compierla deve attenersi all’assoluto, deve permettere che Dio intervenga, deve disporsi all’ascolto. Deve esercitare la virtù dell’obbedienza:
In più riprese, in più contesti, in più narrazioni, Dante si rivolge al maestro — quasi mai nelle tre cantiche ponendosi, lui, come maestro. Duca, signore, guida, pedagogo, consigliere, saggio, padre, il mio conforto e infiniti altri modi.
E non sarà ignorato nelle questioni, nelle domande. Chiamato in causa, Virgilio risponde. Ma la penna che scrive è quella di Dante. Dante narra, racconta, rinovella, scrive il suo romanzo.
Ma Virgilio interviene anche quando Dante non lo interpella, o meglio quando Dante ancora non sa di dovere interperlarlo.
E quando il dubbio è troppo forte per essere enunciato, ecco come interviene Virgilio.
Uscire dalla volgar schiera non è facile. Questa è però la promessa di Beatrice. Questo è il compito di Virgilio. Lui: signore, duca, maestro. Dante tributa un’altra eternità al maestro: quella dell’opera sua che egli restituisce nella Commedia anche così per voce di Beatrice:
E la mano, intellettuale, che Virgilio gli porge, gli impedisce lo sbandamento:
Così che Virgilio potrà nominarlo secondo ("Io sarò primo, e tu sarai secondo".) nel viaggio, Dante accoglierà l’enunciato con umiltà, e con umiltà potrà poi dire, nell’incontro con Omero, Orazio, Ovidio, Lucano:
Dante non si pone nella relazione sociale con Virgilio. La lettura delle sue opere, la sua ammirazione, l’idea dell'assoluto, che rende intoccabile e irraggiungibile Virgilio, provengono dalla esigenza linguistica di elegere come compagno di viaggio Virgilio. Dante astrae a tal punto il suo racconto che nessuna cosa risulta causa se non l’assoluto, e nessuna cosa è effettuale se non il senso, il sapere, la verità. Se il senso, il sapere e la verità fossero causa, egli non avrebbe bisogno di inventare un dispositivo per compiere l’itinerario, partirebbe da lì e la Commedia si volgerebbe in tragedia, senza nessuna possibilità del Paradiso. Il giornale di bordo di questo viaggio raccoglie dettagli di vita di casi che s’incontrano per la via. Mai però casuali, mai isolati, ciascuna volta motivo di esperienza e di scrittura, anche quando sembrano intralciare il cammino. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa". E a proposito del maestro, Dante è chiaro e irremovibile. È Virgilio, già uomo oltre mille anni prima. Non è Brunetto Latini, che pure è stato suo insegnante. Pochi i maestri, che divengono tali solo se l’allievo ne dà testimonianza, ne scrive l’itinerario, ne intende la necessità. Il maestro non esiste come entità in quanto tale. Si costituisce nel dispositivo in cui non il maestro, ma l’allievo ne dà conto. L’allievo, ossia chi introduce nel racconto il materiale della sua storia e lo conduce alla testimonianza, dunque all’aneddoto e al malinteso perché possa divenire materiale di un’altra storia. Chi si trova a udire ciò che sta dinanzi. Dante a Brunetto Latini:
Ringraziamento e riconoscenza per l’insegnante, per il pedagogo. Maestro, però, è non Brunetto ma Virgilio.
E Dante:
E Brunetto Latini:
E Dante:
Mancato maestro di vita ritrovato fra la perduta gente. Invischiato nel suo discorso, che gli ha compromesso ogni riuscita. Ma grande è il rammarico poiché, mentre si allontana, Dante riflette su quanto avrebbe potuto, Brunetto medesimo, disporre della propria vita e pensare al suo “Tesoro”, ai suoi scritti:
È l’omaggio dell’allievo. Ma qui lo lascia, proseguendo il viaggio con Virgilio. E in un altro artificio poetico e linguistico, in uno dei più bei canti dell’Inferno, Dante traccia la memoria di Virgilio e della sua scrittura, quell’opera mirabile che è l’Eneide. Qui il canto di Ulisse, di cui Virgilio, già narratore delle sue avventure, si fa portavoce. Quasi ne dà testimonianza, per un istante ponendosi lui come allievo.
E Ulisse dice del suo viaggio. Della orazion picciola che ha pronunciato a i suoi compagni:
Orazion picciola vale qui come qualcosa d’irrimandabile. Omero, Virgilio, Dante. Dante raccoglie l’eredità e tenta di dare a essa una dignità di scrittura, dignità che passa attraverso Virgilio, e che in qualche modo, riportata nell’Inferno come orazion picciola, diviene santa orazione nel Purgatorio e nel Paradiso. Quindi fede. Perché senza la fede: “perduto a morir gissi”. Nell’Inferno e nel Purgatorio, lo statuto di maestro che Dante attribuisce a Virgilio è preciso. Virgilio:
Il va e il vieni, l’andare e il tornare, il dubbio e la questione. Provando e riprovando. Senza l’Inferno e il Purgatorio nessuna intersezione, nessuna instaurazione della luce del crepuscolo. Il viaggio attraverso l’Inferno si svolge nelle tenebre, nell’oscurità. Il viaggio nel Purgatorio, dall’alba al tramonto. Poteva Dante raccontare il suo viaggio senza le torsioni e le tensioni linguistiche, poteva non esporsi e non darci conto del godimento, del desiderio, della verità? Ma come dire: è questo? È ciò che infatti non dice, ma che si scrive attraverso l’invenzione del dispositivo e la scrittura dell'esperienza. Le cose si dicono, non sono mai dette, non sono mai scritte. Basta un cenno, uno sguardo, una parola perché la direzione sia quella e non altra. “Parlando cose che 'l tacere è bello”: questo verso ci racconta un’intera conversazione. Scorrendo la Commedia in ciascuna fessura linguistica, con la nozione di maestro nella sua implicazione nell’esperienza, Dante ascolta ciascun dettaglio, racconta le infinite variazioni in cui il maestro parla. Nell’Inferno e nel Purgatorio anzitutto, e attraversa la ricerca fino alla sua scrittura. Vedremo poi, nel Paradiso, cosa accade. Intanto, un altro omaggio al maestro, in un’esperienza in cui Dante è testimone, ma questa volta non protagonista. Nel Purgatorio, quasi al termine, quando Dante e Virgilio incontrano quell’anima bella che ha già compiuto il suo viaggio, e che è pronta a percorrere quella via di luce che la proietta per l’eternità nel Paradiso. Preambolo del congedo di Virgilio e scrittura della memoria. Nei canti XXI e XXII del Purgatorio interviene la figura di Stazio. Dante incarica lui di pronunciare quegli straordinari versi che consolidano, come impressione sulla pietra, il maestro. È sempre Virgilio il pretesto per raccontare questa storia e per definire per sempre la nozione di maestro in questa Commedia. Stazio non ha potuto mai incontrare Virgilio, e neanche Dante, se Dante non avesse inventato questo viaggio. Dante vuole, insiste, onorare Virgiglio del suo omaggio più grande. Questa volta affida a Stazio le parole che certo anche lui vorrebbe pronunciare.
Non si era accorto, Stazio, della presenza di Virgilio. Gli occhi di Virgilio sembrano dire a Dante di tacere. Sarebbe grande la felicità di Stazio se sapesse, pensa Dante. Non sa che fare e ammicca un sorriso a Virgilio. Stazio se ne accorge, gli chiede perché ride di una cosa tanto importante. Dante sospira, e Virgilio:
E Dante:
Inaspettato, incredibile, meraviglioso. Virgilio, maestro. Stazio avrebbe comunque dato qualsiasi cosa pur di avere l’onore di incontrare Virgilio, colui che ha guidato i suoi passi, che gli ha permesso di vivere, che gli ha dato la possibilità di percorrere la via del paradiso. E non vuole fare altro che toccare la sua veste, inginocchiarsi ai suoi piedi, manifestargli la sua riconoscenza.
Racconta, Stazio, la sua esperienza. Avrebbe potuto essere catapultato nell’Inferno per aver ceduto alla prodigalità, l’altra faccia dell’avarizia. Avrebbe, senza speranza e senza fede potuto cedere al contrappasso. “La fede, sanza qual ben far non basta”. Ma ecco l’Eneide. Ecco la sua lettura del passo
ed ecco la via.
Ora occorre intendere, trovarsi in un altro statuto che non è più quello dell’allievo. Inventare un altro dispositivo in cui le cose procedendo dalla libertà giungano al piacere. Dante può, a questo punto, provare a scrivere quanto ha acquisito nel viaggio. Lo scriverà in forma di assioma, non più come teorema. E proverà a intendere la sua missione:
dirà più avanti. Ma, intanto, Virgilio ha pronunciato il suo commiato e stabilito la sua eredità. Non va via subito. Accompagna ancora per un po’ Dante e Stazio. Non si accorgeranno della sua assenza fino all’incontro con Beatrice quando Dante, percosso da tale apparizione, tenta di comunicare con Virgilio...
Tre versi conclusivi di saluto, ma che non si soffermano a rimpiangere Virgilio. Dante proseguirà esponendosi ora alla violenza, alla scissura, allo squarcio che nei vari racconti del Paradiso interverranno, e le cui voci saranno quelle di Beatrice, Cacciaguida, Giovanni, Giacomo, san Pietro, san Bonaventura, san Tommaso, san Domenico e le innumerevoli e infinite combinazioni che si scrivono in questi versi immemoriali. Può ancora Dante attingere all’eredità di Virgilio e scrivere una riflessione sul maestro quando dice:
dove la conclusione spetta a ciascuno, che non ha evitato l'assoluto e il rischio. Ecco ora l’approdo. Non si può più non intendere.
Il viaggio nel Paradiso è l’artificio con cui Dante si prepara a lasciare risposte, a dare indicazioni a formulare domande neppure pensabili senza aver prima compiuto questa traversata. Può rischiare questa scrittura perché “fami, freddi o vigilie” gli consentono “forti cose a pensar mettere in versi”.
La Commedia è la scrittura dell’esperienza dantesca:
“Altri”. Il maestro. Ciascuno può inventare questo dispositivo. Si inaugura così la scrittura dell’esperienza. Quale straordinaria formalizzazione se poi si giunge a scrivere la Commedia! * Una versione di questo testo fu letta nel 2002 da Vittorio Vettori al convegno “Lectura Dantis“ a Firenze. Una è stata pubblicata nel n. 5/2004 di “Corposcritto”. Un'altra nel n.1/2005 di “Plumelia”. Questa è una nuova versione (2006). |
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