IL
CUSTODE DELLE STELLE. Gli Extra Terrestri di Ernesto Tavernari
FABIOLA GIANCOTTI
Ernesto Tavernari è il poeta dell'ingenuità. A novantaquattro
anni chiunque direbbe di avere già vissuto, di avere tanto e
tutto vissuto, di avere esplorato mari e monti, pianeti e galassie,
di avere letto e sentito di tutto... e invece no. Ernesto si sorprende
e si meraviglia ancora di ciascuna cosa, ti chiede perché, si
aspetta un sorriso e un saluto quando ti chiama al telefono, quando
t'incontra per strada, quando ti mostra le sue ultime opere. Perché lui
si alza al mattino presto e lavora, ciascun giorno, e racconta il suo
viaggio. C'era una volta... le favole, il re della foresta, il principe
e la principessa, maghi e giocolieri, cantastorie e musicisti, da un
angolo all'altro della terra. Fino all'inquetudine e al riso della
Commedia. Oltre: la leggerezza degli alieni. Altra la loro città.
Insituabile nella galassia. Lui, Ernesto, ha un osservatorio privilegiato: è stato
nominato custode delle stelle. Sta attento che nessuno possa confiscarne
nemmeno una, parla con i viaggiatori, si fa raccontare le loro storie
e poi, lui, se le appunta, a colori, nei suoi piccoli o grandi fogli
bianchi. Alieni, dice.
Gli animali fantastici erano già passati da lì: cavalli
alati, leoni con mantelli, la fenice, la chimera. Le stelle sono ancora
lì. Niente fa pensare a big-bang dell'inizio o della fine. Nessuno
sa da dove vengono e dove vanno.
Forse questa è la missione degli artisti: raccogliere storie
di viaggiatori e poi mischiarle con storie di altri viaggiatori perché i
bambini si sorprendano a sentirsele raccontare (gennaio 2005).
TESTIMONIANZE
Basta
guardarle, queste opere dai titoli che aprono a mille pensieri di
ordine diverso e spesso contrastanti, per capire che al di là dello
stesso virtuosismo di cui è anche capace Tavernari, c'è un mondo
realizzato in un tempo impreciso, ma costruito su basi incrollabili
(G. Gigli, 1963)
La
sua non è una pittura gradevole di facile lettura. Artista colto
e raffinato, persegue con rigore una visione aristocratica del mondo...
(G. Mazzariol, 1963)
Fantasioso
e perciò visionario al massimo, Ernesto Tavernari, già alla Pater.
Dipinti fatti con “nebulose“ di colore infiammato, nelle quali galoppanti
in “alto“ fra nuvole “elettriche“ e rossastre, ci sono cavalli appena
accennati. Uno che è in bilico tra il frammento narrativo e la pittura
gustativa e irreferibile... (M. Portalupi, 1964)
Da
Pino, in via Borromei 13, nel cuore dell'antica città, pittori
e poeti, attori e giovani beat, si danno convegno per gustare il
gelato
alla fiamma, bere buon barbera e discutere di arte e di poesia. Le
pareti del locale, intanto, ospitano singolari mostre. In questi
giorni è di turno Ernesto Tavernari con una schiera di disegni,
alcuni di essi, bellissimi, calamitano gli sguardi degli avventori
di Pino
(G. Grieco, 1966)
...
E tutto viene reso mediante un segno morbido, flessuoso, che accomuna
i simboli, dosa i contenuti onirici, indugia in talune sbavature
intese a intensificare la magia della rappresentazione (C. Munari,
1966)
Lui
vuol essere o biblico o dantesco: ma non è che questi suoi temi li
affronti da interprete o da illustratore, in piena libertà di visione.
Lui cerca piuttosto le pieghe del racconto poetico letterario ...
(C. Fossati, 1967)
Ernesto
Tavernari è un pittore vero. Riesce a esprimere attraverso la sua
arte pensieri e meditazioni profonde scaturite dalla lettura dei
classici. Usa il colore in modo stupendo, rendendolo complice di
un'espressività suggestiva di rara potenza (O. Nicosia, 1967)
Da
una personale del pittore Ernesto Tavernari. Tavernari, lucchese
per nascita, ma milanese per formazione artistica, cominciò a
dipingere nel 1925, ma raggiunse la notorietà solamente nel
1963 quando Carlo Cardazzo, straordinario talent-scout dell'arte,
portò
alla luce i suoi dipinti e li esplose a Venezia, al “Cavallino“.
Da allora numerosi sono stati gli incontri di Tavernari con il pubblico
e la sua pittura è venuta prendendo un significato, una vitalità
sempre più precisi. Nelle opere recenti, Tavernari, pur restando
coerente alle sue originarie“idee dell'arte“, ha compiuto
frequenti incursioni nell'area surrealista (“Corriere d'informazione“,
1969)
La
magica vibrazione di Tavernari, il suo addensarsi di masse luminose,
tenute da un impianto plastico che non è un rilevarsi di piani,
quanto una delimitazione di volumi, appare una derivazione di arte
o scultura
romanica o pregotica, filtrata da una sensibilità moderna,
come se all'artista avesse racchiuso nel suo spazio masse e luci
di antica
memoria (L. Spiazzi, 1969)
Una
pittura, la sua, forse di non facile lettura, la forma volutamente
contorta e il colore esplodente in campiture agenti per interazione
non soggiaciono certamente al gusto della massa, ma senz'altro emotivamente
agghiacciante, mai destinata a passare inosservata e fra l'indifferenza
(...) non per nulla Tavernari è considerato una delle firme
significative dell'attuale pittura (G. Franzoso, 1969)
Si
è chiarito, si è illimpidito il linguaggio pittorico di Ernesto Tavernari
- e non soltanto il colore, il tessuto cromatico, ma anche la definizione
strutturale della sua visione - dell'ormai lontana stagione delle
sue “interpretazioni“ che, dopo anni e anni di solitario, silenzioso,
pazientissimo lavoro, lo portarono in bella evidenza sulla scena
dell'arte grazie al fervido interessamento di alcuni critici e di
un autorevole mercante.
Non è da credere, tuttavia, che la profonda esigenza di rinnovamento
dell'artista, la sua naturale disposizione alla ricerca espressiva
e propriamente stilistica, abbiano in qualche modo attenuato o distratto
la tensione spirituale che è alla base del suo lavoro (...)
(L. Budigna, 1971)
L'uomo
e la bestia, problema etico-morale che nasce con la creazione e che
ispirato poeti e artisti, nel vano tentativo di fondere il bruto
con l'intelligenza.
Tavernari affronta con coraggio e decisione questo problema annoso
cogliendo il tema occasionale per esplorare con la sua sensibilità
cromatica momenti meditati e sentiti con un travaglio che risulta
evidente in ogni sua composizione. Nei quadri di Tavernari c'è un
nucleo centrale e preminente che è l'assenza di composizione (...)
(P. Scanu, 1971)
La
pittura di questo lucchese pieno di estri assume un andamento fantasioso
che fa pensare a una specie di Chagall nostrano, intento a estrarre
dalle esperienze più diverse e modernissime certe figure scattose,
ma a loro modo tenere e incantate (G.L. Verzellesi, 1971)
I
quadri di Ernesto Tavernari posseggono l'eloquenza necessaria ad
emanciparsi dal puntello delle parole. I suoi cavalli, cangianti
e sfuggenti, rappresentano la simbiosi tra l'uomo e la bestia. È
un pittore coerente (...) (B. Ranedda, 1971)
Ed
ecco invece un Maestro di sicuro operare ci conduce nel suo mondo
kafkiano: qui la figura di un cavallo si muta in donna, lì una donna
diventa un manichino e altrove vediamo la metamorfosi di un toro
in bruco e in bimbo, quasi metempsicosi di passaggi umani che la
sua fantasia ha vissuto.
Il mutevole, il passaggio, è colto da Tavernari in segni, che si
consumano alla luce di un colore continuo, contrapposti cangianti
dal giallo, al rosso, al verde in una luce smorzata che evidenzia
fiabescamente le forme e i primi piani di un dualismo metapsichico
di una sola invenzione. Uomini e animali legati fra loro quasi per
un vincolo antico, uno zodiacale sconosciuto di cui Tavernari è interprete
unico (G. Genga, 1972)
La fantasia,
in Tavernari, lavora alacremente, riesce a dar corpo a incubi e allucinazioni,
ai fantasmi dell'esistenza, tesi disperatamente alla risoluzione
del contrasto delle passioni. Per questo forse le sue rappresentazioni
umane hanno anche il calore di un misticismo primordiale (M. Rocchi,
1972)
L'uomo
e la bestia si mescolano in questi dipinti sì che i contorni di una
figura umana riescono a fondersi con quelli dell'animale. Un problema
antico che viene riferito con moderna e attuale civiltà, con un segno
e un colore che non hanno nulla di tenebroso, niente di nascosto
o di proibito (...). Tutto questo il pittore lo ottiene con estrema
eleganza, con disinvoltura, con allegria (T. Bonavita 1972)
In Tavernari
tutto è inventato: il colore disposto in una tastiera di esplosioni
e il segno che si articola in certe brusche interruzioni e in certe
sicurezze aggressive balenanti. Ne viene fuori una figurazione di
una potenza così incantata da non consentire altro commento che quello
suggerito dall'immagine a se stessa (A. Coccia, 1972)
Nato
all'arte intorno al 1960, al tempo della grande avventura dell'informale,
Tavernari riuscì a decantare le visioni tumultuose di quel periodo
per tranne una pittura propria, sensibile al segno e al gesto oltre
che all'effetto. E curiosamente affiorò da questa operazione un risultato
felicissimo quanto più inatteso, dove la calligrafia si fondeva alla
perfezione con la materia coloristica, addirittura lacerante nei
suoi toni. Forse le energie fantastiche di Tavernari, la sua decisa
mediterraneità, non potevano approdare che a questo modulo di racconto.
i temi stessi, desunti da uno spazio onirico e animistico, ce lo
confermano (C. Ferrari, 1972)
Quel
che preme indicare è il costante intervento dell'autocritica esercitata
da Tavernari nei suoi quadri... In Tavernari più che metamorfosi
però sono coscienza sottile del presente, analisi di una società
giunta all'orlo di talune esagerazioni (D. Maffia, 1972)
I
cavalli, i tori, le donne, le teste di bambine, gli strani animali,
tutte quelle forme metamorfiche che popolano i tuoi dipinti sembrano
voler fissare nella nostra mente di fruitori le sacre pantomime di
un antico rituale pagano con una validità che è certamente più forte
della iconicità stessa. Nella tua opera c'è sempre
qualcosa di occulto che ne aumenta il fascino, e la comunicazione
avviene attraverso
allusioni e sottintesi, come opera di magia, provocando reazioni
inattese. Il segno è incisivo, graffiato, con esiti che qualificano
la plasticità delle tue composizioni risolte in armonia con
lo spazio che le racchiude (F. Passoni, 1972)
Fortissimo
nel disegno, Tavernari esprime il meglio di se stesso proprio con
questo mezzo; e vi trasfonde l'essenza della sua cultura rimasta
toscana e per tanto genuina; e vi realizza una favola che è infinita
e sempre rinnovantesi nella quale le allusioni sono più casuali che
volute perché vi si indentifica il modo di fabulare che è tipico
e tradizionale della gente di Lucchesia (T. Paloscia, 1972)
...immette
violentemente nel vortice acceso della sua fantasia creature, mostri,
animali e uomini trattati secondo un disegno libero e creativo. Figure
che mollemente si adattano a qualunque dissueta posizione, piombano
dall'alto nell'eterna caduta dell'uomo o nel fallimento di Icaro,
propongono un colloquio urlato e tragico nella smorfia dei volti,
nell'acceso e violento espressionismo di un bestiario emblematico
e allegorico (L. Serravalli, 1973)
Tavernari
ha un concetto morale dell'arte, ma lo attua su un metro di modernità,
che non è più la requisitoria terribile di Goya nè la ruskiniana
rispondenza dell'espressione alla nobiltà dell'oggetto. L'artista
ha i suoi mezzi, che piega docilmente alla necessità della visione:
così né Picasso, né la mascherata di un Ensor, né l'evasione chagalliana,
ma una caparbia e dolorosa incisività, ben ricca, al di là degli
umani grotteschi, di non effimere luci (R. Civello, 1982)
Prima
il colore. morbido, tenue, luminoso. Si avverte l'esperienza fondante
della pittura a fresco, ma anche una lontana e mai sopita ascendenza
toscana. Preziose cromie.
Poi la fiaba, ovvero la realtà vista come in un sogno, svincolata
dalle inesorabili catene della logica. Tempo e spazio si sovvertono
e si confondono in una visione surreale in cui prevale il gusto di
una narrazione tutta d'un fiato, ironica e divertita insieme, pensosa
e giocosa, ma soprattutto infinitamente semplice e perciò sapiente
(P. Biscottini, 1991)
Tavernari
è uno di quei rari artisti che come Mirò, Matisse,
Dufy intendono la pittura come manifestazione gioiosa della vita
e, forse, memorizzando
le visite al Museo archeologico di Firenze, preferisce raccontare
favole e frammenti della mitologia greca e sogni di paesi e figure
in uno spazio atemporale. Reinventa amazzoni e cavalli, donne e tori,
galli lanciati alla conquista delle galline o mentre incedono pettoruti
facendo sfoggio della virilità. Il gallo è sacro a
Persephone, il toro è utilizzato da Zeus per camuffarsi e
rapire Europa, il cavallo
è l'assoluto protagonista delle umane imprese fino all'Ottocento
mentre oggi sopravvive per lo sport (...) (P. Colacitti, 1996)
Come
in un sogno ovattato le visioni di Ernesto Tavernari si palesano.
Sono case, piazze, paesi percorsi dal vortice della rimembranza,
rappresentazioni pacatamente gaie che sembrano veder danzare gli
edifici travolti da un frenetico correre della vita (...). Nei suoi
dipinti la tela è trattata con materiali vari e pigmenti, tali da
renderla ruvida, irregolare quasi fosse una tessitura cirrica macchiettata
dai riverberi dell'arcobaleno o, come dice lo stesso Tavernari, “un
affresco su tela” (Vinny Scorsone, 2002)
Quasi
un cenno cromatico si distende dalla sobrietà indidesa della linea.
Un approccio tenue e frammentato, arcano e sfuggente, tremulo, disperso
in una adulazione colma di stupore. Eppure sulla malta emotiva di
Ernesto Tavernari, addensata con forza sulla superficie pittorica,
germinano, fluttuanti e impalpabili, occhi vagoli e colmi di sogno,
sottratti a una umanità affascinata dai molti orizzonti dell'inconoscibile;
lasciano, infatti, disperse sul selciato degli anni, le tracce di
estenuanti cardini geometrici, di unzioni emozionali, appena impercettibili
sussurri (...) (Aldo Gerbino, 2002)
LINK
Ernesto
Tavernari a Seregno, L'Eco di Bergamo
Salvo
Ferlito, Personale a Palermo
Ernesto Tavernari. La città delle favole
Franco De Faveri, La favola
pittorica